Il Sacro Graal e Mantova


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Alla ricerca del Santo Graal nelle Terre dei Gonzaga.

Per due Millenni, Milioni di Pellegrini, Curiosi turisti

hanno potuto essere vicino al Santo Graal

senza sapere di esserlo.

Esiste un città, in Italia, che da quasi duemila anni custodisce

il “Sang Real”, I Sacri Vasi contenenti il Sangue del RE dei RE:

MANTOVA


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Capitolo Settimo

I luoghi del Graal nelle terre dei Gonzaga

Ci sono luoghi al mondo in cui hai la sensazione che lì sia passato il Santo Graal, oppure ne avverti la presenza. Uno di questi luoghi è la terra dove, per secoli, hanno dominato prima i Canossa e poi i Gonzaga: Mantova e le sue terre.

Qui ci sono chiese, palazzi, angoli dove il Graal mantovano è stato ed è tutt’oggi custodito oppure vi è semplicemente passato; ognuno di questi luoghi racchiude tracce e segni che solo l’osservatore attento riesce a individuare e capire.

Proviamo a immaginare un percorso di ricerca partendo dal luogo che da oltre cinquecento anni, è lo scrigno, dentro le cui mura è racchiuso il Sang Real, il Preziosissimo Sangue di Cristo, la Chiesa di Sant’Andrea a Mantova.

La Chiesa di Sant’Andrea a Mantova

Nei domini dei Gonzaga possiamo trovare monumenti, edifici e chiese che nascondono legami tra i Canossa, i Gonzaga, i Templari e il Santo Graal.

Per quanto concerne le chiese, la più interessante e la più importante è sicuramente quella dedicata a Sant’Andrea, il santo apparso in sogno ben due volte, la prima nell’804 a un suo fedele e la seconda nel 1048 a un cieco mendicante tedesco di nome Adalberto, per indicare il luogo in cui era nascosta la Reliquia del Preziosissimo Sangue di Cristo.

Il viaggiatore che entra in Mantova per l’antico ponte dei Mulini vede stagliarsi di fronte a sé una scenografia fantastica che racchiude i principali monumenti della città, il Palazzo Ducale e il Castello.

Proprio al centro di questa scenografia si erge la Cupola di Sant’Andrea, imponente per le sue dimensioni, sovrasta tutti gli altri edifici, segnalando al viaggiatore-pellegrino che sta per entrare in Mantova, e che lì è racchiuso il segreto della Città, il Preziosissimo Sangue di Cristo.

Questa chiesa fu fatta erigere sul luogo dove, nel 1046,  Beatrice di Canossa aveva fatto costruire un oratorio in stile romanico al posto dell’ospedale di Sant’Andrea (in precedenza l’Ospedale era dedicato alla Maddalena) e adiacente al monastero benedettino fatto erigere nel 1037 dal Vescovo Itolfo. L’oratorio fu terminato nel 1055 circa e al suo interno fu creata una cripta per custodire la reliquia del Preziosissimo Sangue di Cristo. L’attuale chiesa di Sant’Andrea fu iniziata nel 1472 da Leon Battista Alberti, su incarico di Ludovico II Gonzaga, Marchese di Mantova, che voleva erigere il principale tempio della cristianità, poiché in esso doveva essere contenuta la reliquia più importante, il Preziosissimo Sangue di Cristo…

Il portico e la facciata della chiesa mantovana sviluppavano la celebrazione del Cristo e della Reliquia del Preziosissimo Sangue, infatti ai lati del portale maggiore erano rappresentati, con figure di notevole altezza, San Longino e Sant’Andrea, mentre nel tondo posto al centro in alto era rappresentato Cristo che sale al cielo.

Entrando all’interno della chiesa si ha un senso di maestosità e d’imponenza che dall’esterno, vista la posizione, nel cuore della città fra le case del centro storico, forse non è immaginabile.

Entrando nella basilica, la sesta cappella sul lato destro della navata, dedicata a San Longino, è la più importante di tutte.

Sulla parete di destra troviamo l’affresco della Crocifissione di Rinaldo Mantovano (collaboratore di Giulio Romano, forse ideatore dell’affresco), nel quale si possono notare tre angeli che raccolgono con dei calici (Graal) il sangue grondante dalle mani e dai piedi del Cristo, mentre sotto la croce, in adorazione, si trova san Longino, anch’egli con un calice in mano in attesa che esca il sangue dal costato di Cristo. Un altro particolare significativo dell’affresco è che il personaggio femminile in primo piano sotto la croce non è Maria, madre del Cristo, ma una donna dai capelli rossi: la Maddalena.

Il secondo affresco, posto di fronte al precedente (significativo il collegamento tra i due, il primo illustra quando viene raccolto il Preziosissimo Sangue da Longino, il secondo racconta del suo ritrovamento a Mantova), è sempre dello stesso autore ed è Il Ritrovamento del Sangue di Cristo, con il Vescovo Marziale che ha tra le mani la Preziosissima Reliquia e Beatrice di Canossa inginocchiata che ringrazia per il miracoloso ritrovamento del Sangue di Cristo, mentre in mezzo alle nubi sant’Andrea regge la Croce. Alle spalle di Beatrice si può notare una bimba tenuta in braccio da una nutrice, la bambina è Matilde di Canossa.

Di indiscutibile significato il fatto che siano rappresentati tutti i personaggi interessati al secondo ritrovamento del Preziosissimo Sangue nel 1048 e manchi un personaggio che secondo logica doveva essere presente a un evento tanto importante accaduto nei sui domini: Bonifacio di Canossa, marito di Beatrice e padre di Matilde. Sembra che la sua assenza sull’affresco sia deliberatamente voluta per sottolineare che il personaggio chiave della vicenda è Beatrice di Lorena.

Al centro, sopra l’altare, si trovava una pala di Giulio Romano rappresentante La Madonna, San Giuseppe, San Giovanni Evangelista che regge un calice da cui esce un serpente, San Longino che sostiene il reliquiario che contiene il Preziosissimo Sangue e guarda idealmente verso il quadro del Ritrovamento e i pastori adoranti, ora al Louvre; al suo posto è stata posta una copia cinquecentesca.

I tre dipinti della cappella sono pertanto idealmente uniti da un unico tema: la Coppa, il Graal mantovano contenente il Sangue di Cristo…

Sulla sinistra della navata centrale troviamo la quarta cappella, particolarmente interessante, dedicata all’Immacolata. All’interno di un’imponente ancona lignea sono raffigurati in alto Dio, i Sacri Vasi e i Santi Andrea e Longino; al centro vi è la statua della Madonna (ottocentesca), la cui rappresentazione con un serpente e la luna sotto i suoi piedi è molto più simile a quella della Dea Madre. Una rappresentazione simile della Madonna la ritroviamo anche sulla torre del Palazzo della Ragione, sotto l’orologio astronomico astrologico, nella piazza a fianco della chiesa, costruito esattamente negli stessi anni (1471-1474) in cui veniva eretto il tempio di S. Andrea.

Entrambe le statue rappresentanti la Madonna, quella in Sant’Andrea e quella sulla torre, sono vicinissime al sito in cui sono stati ritrovati i resti di un tempio dedicato a Diana, esattamente ove ora sorge la Rotonda di San Lorenzo.

Nella cappella dedicata all’Immacolata, sopra l’altare, venivano posti i Sacri Vasi e quando si tenevano le riunioni dei Cavalieri dell’Ordine del Redentore, nella sala posta proprio dietro all’altare, chiamata Sagrestia dei Cavalieri, un meccanismo nascosto faceva ruotare l’altare spostando  i Vasi all’interno della stanza segreta.

La Sagrestia dei Cavalieri era collegata, attraverso un passaggio segreto, alla parte più interessante di tutto il complesso, la cripta in cui sono custoditi i due reliquiari contenenti il Preziosissimo Sangue di Cristo[1], custoditi all’interno di un altare che ha dodici serrature, le cui rispettive chiavi sono in mano a dodici persone diverse. L’altare è posto al centro della cripta, sotto un tempietto ottagonale, simmetrico alla balaustra ottagonale sovrastante, all’interno della quale è scritto in latino: “Prostati o pellegrino e adora qui il prezzo della tua redenzione”, che si trova al piano superiore, al livello della chiesa, a sua volta posta sotto la cupola (esistono teorie che sostengono che nella zona situata sotto la cupola è concentrata l’energia che attraversa determinate chiese). Pertanto l’altare della cripta, il tempietto ottagonale, la balaustra ottagonale e la cupola sono posti sullo stesso asse di un’ideale linea verticale che partendo dai sotterranei della chiesa sale verso il cielo.

Vincenzo I Gonzaga aveva fatto progettare una serie di effigi marmoree dei Gonzaga suoi antenati e delle loro consorti da porsi intorno all’altare posto nella cripta. Di queste statue l’unica rimasta è quella di Guglielmo Gonzaga, padre di Vincenzo, alla sinistra dell’altare maggiore.

La cripta doveva essere il mausoleo dei Gonzaga, che venivano così seppelliti insieme al Sangue da cui dichiaravano di discendere.

La Rotonda di San Lorenzo

Posta vicino alla chiesa di Sant’Andrea, quasi a sembrarne la naturale continuazione, la Rotonda di San Lorenzo fu fatta costruire da Matilde di Canossa nel 1082 su modello dell’Anastasis, la chiesa eretta dall’Imperatore Costantino a Gerusalemme sul luogo del Santo Sepolcro. Poiché pare che nella zona in cui sorge la Rotonda fosse situato il palazzo di Canossa, si è arrivato a supporre che essa fosse la cappella adiacente al palazzo di Matilde sull’esempio della Cappella Imperiale di Acquisgrana.

Durante gli scavi effettuati per riportarla alla luce e restaurarla sono stati trovati nelle fondamenta alcuni resti romani. Si ritiene che nell’antichità, in quel luogo, vi fosse un tempio dedicato a qualche divinità pagana, forse Diana. Già nei primi secoli dopo Cristo fu edificata in quel luogo una piccola cappella, poi nel basso medioevo la zona fu luogo di sepoltura.

Matilde fece erigere la Rotonda nel luogo in cui fu ritrovato il Preziosissimo Sangue di Cristo dalla madre Beatrice e dal padre Bonifacio grazie alle indicazioni di un mendicante cieco tedesco di nome Adalberto, al quale era apparso in sogno l’apostolo Andrea che gli aveva indicato il sito in cui era nascosta la preziosa Reliquia .

La piccola chiesa presenta diverse particolarità. La prima è costituita dal matroneo ove sono poste alcune lesene di origine bizantina e longobarda risalenti al IX secolo, mentre la chiesa è di circa duecento anni posteriore.

All’interno, alla sinistra dell’abside, nella volta più vicina all’altare, si può notare un affresco con quattro angeli intorno a quello che sembra un calice, forse la rappresentazione del Graal, un richiamo al Sangue di Cristo ritrovato in città.

Nella seconda volta a sinistra dell’altare sono affrescati sei angeli con abiti riccamente decorati, forse rappresentanti i custodi del “giardino delle delizie nella Gerusalemme celeste”, essi tengono in mano un globo.

Molto interessanti infine sono le tre formelle, probabilmente di epoca coeva alla costruzione, poste nella fascia anulare che divide le due gallerie, in cui sono rappresentati due grifoni alati con serpenti nel becco, che fronteggiano un melograno.

Coeva alla Rotonda nel suburbio di Mantova era la chiesa detta del San Sepolcro, ove i pellegrini che venivano per adorare le Reliquie del Preziosissimo Sangue si fermavano prima di entrare nella città. Anch’essa aveva la forma dell’Anastasis.

Esisteva pertanto un interessante percorso iniziatico per il pellegrino che entrava in Mantova ad adorare la Santa Reliquia, che partiva dalla chiesa del Santo Sepolcro, posta al di fuori delle mura della città, per proseguire fino alla Rotonda di San Lorenzo per accedere infine alla Chiesa di Sant’Andrea, nella quale era custodito il Preziosissimo Sangue di Cristo.

Il Duomo

Anche il Duomo, pur non avendo la stessa importanza che riveste per la nostra ricerca Sant’ Andrea, racchiude tra le sue mura dei segni che possono servire per seguire le tracce del Graal a Mantova.

Anzi, il primo segno lo si nota all’esterno, nella prima guglia a sinistra guardando la facciata. Qui è posta la statua di una donna che tiene in mano una coppa. Dobbiamo pensare che sia la solita rappresentazione della Fede oppure rappresenta la Maddalena che sostiene il calice contenente il Sangue di Cristo?

Anche all’interno della chiesa, sul volto della cappella del Santissimo Sacramento, vi è una raffigurazione della Fede che stringe nelle mani la coppa e la croce, simboli della Passione del Cristo. Questa cappella presenta diverse particolarità. Innanzi tutto è di pianta ottagonale, e ciò, proprio per la sua forma geometrica, ci induce a pensare che fosse la cappella più importante della chiesa. I documenti ci segnalano che essa fu costruita ove in passato si ergeva un tempio dedicato a Diana e il suo nome originario era Cappella del Sangue di Cristo. Inoltre è sopraelevata rispetto al livello della pavimentazione della chiesa poiché sotto le sue fondamenta era stata costruita una cripta che avrebbe dovuto contenere il Sangue di Cristo.

Sulle pareti poste ai lati della navata principale, in alto sopra le colonne, sono posti dei riquadri nei quali sono rappresentati i Profeti e le Sibille. Queste ultime rappresentano sicuramente una stranezza in quanto  sono personaggi che non fanno parte della tradizione cristiana e stonano con il resto della chiesa.

Nel passato, però, si pensava che alcune di esse avessero profetizzato la venuta del Cristo, infatti sotto ognuna delle quattro Sibille rappresentate si trova una frase che si può collegare al Nuovo Testamento.

Le Sibille rappresentate con le relative frasi riportate e tradotte dal latino sono:

Sibilla Italica – “Demofila Libica – porterà la speranza ai miseri”

Sibilla Orientale – “ Sambete Persica – daranno schiaffi a Dio”

 

Sibilla Italica “ Amaltea Cumana – con la morte distruggerà la morte”

Sibilla Ionica – “ Ermofile Eritrea – gli sarò dato aceto con fiele”.

Infine nella sagrestia del Duomo, su una parete, è posta una cassa di legno nella quale sono racchiusi i resti mortali di Ferrante Gonzaga, personaggio come abbiamo visto importantissimo nell’intreccio tra i Gonzaga e il Graal.

Le altre chiese di Mantova

Costruita dall’Alberti, l’architetto che progettò Sant’Andrea, e commissionata da Ludovico Gonzaga dopo la dieta di Papa Pio II a Mantova, il Tempio di San Sebastiano è sviluppato a croce greca su due piani. Al piano terra si trova la cripta e al piano superiore vi è la chiesa. La sua forma particolare fece dire al Cardinale Francesco Gonzaga figlio di Ludovico: “(...) io per anco non intendeva se l’haveva a reussire in chiesa o moschea o sinagoga (...)”[2]. In effetti la particolarità di questa chiesa è che si adattava  stranamente a tutte le principali religioni monoteiste.

Anche in questo tempio sono ripresi gli elementi geometrici cari all’Alberti come il quadrato e i temi trattati da Platone nel Diapason

Una chiesa poco conosciuta dagli stessi mantovani ma che ha origini antichissime, probabilmente una delle prime chiese costruite in città, è la Chiesa di San Leonardo. Situata nell’omonima piazza fu ricostruita cinque volte, l’ultima nel 1795.

La particolarità di questa chiesa è l’affresco attribuito a Lorenzo Costa il Vecchio posto nell’oratorio di San Gottardo. In questo affresco è raffigurato un Cristo crocifisso dal cui petto zampilla il Sangue che finisce in una coppa, sicuramente  una rappresentazione “graaliana” tendente a ricordare i rapporti tra Mantova e il Sangue di Cristo.

Una strana chiesa nei pressi di Mantova: Santa Maria delle Grazie

Intorno all’anno Mille, nel luogo in cui ora sorge la chiesa di Santa Maria delle Grazie, a pochi chilometri da Mantova, si trovava un capitello posto sul rilievo di un terreno acquitrinoso, con una tavola raffigurante la Madonna con bambino a cui erano devoti i barcaioli della zona.

Successivamente venne costruito un piccolo oratorio.

Dopo la peste del 1399, Francesco Gonzaga, IV Capitano di Mantova, fece erigere una sontuosa basilica in stile gotico lombardo a una sola navata, consacrandola all’Assunta (ancora oggi il 15 agosto si festeggia nel piazzale antistante la chiesa la ricorrenza) per la grazia chiesta contro il terribile male contagioso.

Viene costruito poi un convento di francescani e il santuario cresce sempre più d’importanza tanto che i patrizi locali volevano farsi seppellire al suo interno.

Anche alcuni Gonzaga si fecero seppellire tra le sue mura, in particolare Carlo Gonzaga, Principe di Rethel, la moglie Maria Gonzaga e successivamente (nel 1665) il loro figlio Carlo II, si fecero seppellire nella cappella dove era conservata la tavola originaria con il dipinto della Madonna. Il luogo era probabilmente il più importante di tutto il Santuario e in essa erano conservati i regali preziosi di Papi e Imperatori.

Oggi le tombe e le iscrizioni dei Gonzaga sono scomparse, come pure sono scomparse le tombe di tutti i Gonzaga che hanno governato su Mantova, quasi ci fosse stata una volontà precisa di far sparire ogni loro traccia terrena.

Diverse sono le  particolarità di questa chiesa, ma due sono veramente uniche. La prima è costituita dal coccodrillo appeso alle volte del Santuario, tanto da sembrare un monito per il visitatore che entra. La sua storia è legata a una leggenda popolare che narra che questi fu catturato dopo aver infestato le acque del fiume Mincio e dei laghi che circondano Mantova. La seconda particolarità sono le 70 statue di cartapesta inserite sulle nicchie in due ordini di logge alla pareti del Santuario, rappresentanti in grandezza naturale re, imperatori, papi, principi e guerrieri tra cui l’Imperatore Carlo V, Papa Pio II, Filippo II, Carlo di Borbone e Federico Gonzaga, primo Duca di Mantova. Tutti personaggi che hanno avuto a che fare con la storia di Mantova.

Sul soffitto dell’unica navata si possono notare dei giganteschi disegni che riproducono dei fiori, identificabili con la passiflora, un fiore importato dalle Americhe, e che rappresentava nell’antichità la Passione di Cristo. E’ insomma una chiesa che per le diverse particolarità può ritenersi unica…

Il monastero di Polirone a San Benedetto Po

A poche decine di chilometri da Mantova, in un piccolo paese della Pianura Padana, si trova quella che in passato era stata una delle più potenti abbazie benedettine del Nord Italia, posta sotto la giurisdizione dell’Abbazia borgognone di Cluny, tanto da essere soprannominata la Cassino del Nord Italia: il monastero di Polirone, il cui nome deriva da un antico toponimo del fiume Po che scorre a poche centinaia di metri dal paese.

Anche qui, come in molti luoghi del Mantovano, aleggia nell’aria quella sensazione che il Graal sia passato, forse portato da Tedaldo, nonno della Grancontessa Matilde, fondatore del monastero nel 1007, oppure da quest’ultima che amava questa abbazia, a cui concesse terre e privilegi, e dove venne sepolta, per sua espressa volontà, alla sua morte nel 1115, e dove il suo corpo rimase fino a quando venne  traslato in Vaticano (a Polirone è rimasto solo il sepolcro vuoto).

Anche i Gonzaga erano molto legati all’Abbazia, tanto che esistono diversi atti del monastero nei quali sono menzionati. Qualcuno sostiene che la loro fortuna iniziò da qui, quando riuscirono a farsi assegnare delle terre dai monaci benedettini.

Peraltro per diversi secoli l’abbazia ebbe giurisdizione sul monastero di S. Andrea a Mantova, in cui era ed è tutt’oggi custodito il Preziosissimo Sangue di Cristo, questo a indicare la potenza che essa aveva raggiunto.

Il Refettorio e “l’Ultima Cena”

Entrando nel Refettorio, edificio facente parte del complesso polironiano, si rimane come abbagliati dall’affresco e dal dipinto (purtroppo, attualmente, questo è solo una copia fotografica poiché l’originale si trova nel museo di Badia Polesine) inseriti sulla parete di fondo, a ovest.

Nell’affresco, attribuito ad Antonio Allegri detto il Correggio, troviamo riprodotti, partendo dal basso verso l’alto e da sinistra verso destra, Abramo intento a sacrificare Isacco e dall’altra parte il Re Melchisedek che offre dei doni.

Salendo verso l’altro troviamo Davide, riconoscibile per la cetra che tiene tra le mani, sul cui capo è posta una pergamena che riporta la scritta ebraica in caratteri latini: “Dio, Iddio, Dio di…, Dio mio, Maestà divina, Altissimo, Dio degli eserciti, Signore, Dio, Creatore, Roccia, Forte, Salvatore, Mia Salvezza, Unto”.

Sulla destra si trova Mosè, sopra il suo capo si trova un cartiglio che contiene la seguente scritta: “così lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano. Lo mangerete in fretta. E’ la Pasqua del Signore” (Esodo 12,11).

Nella parte più alta, sopra David, troviamo quella che ritengo sia la Sibilla Cumana, poiché l’immagine dell’affresco rappresenta una donna anziana, proprio come essa veniva rappresentata secondo la tradizione, che tiene tra le mani un cartiglio in cui sta scritto: “verrà un Unto, figlio della giovane, dal popolo; grande è il suo nome: Emmanuele”.

Dall’altra parte troviamo la Sibilla Eritrea, considerata la Sibilla greca per eccellenza, il cui cartiglio reca la scritta: “senza padre e senza madre, mortale secondo carne, uomo e Dio” (Ebrei 5-7).

Salendo ancora verso l’alto si vedono una figura mutila, un sileno (figura mitologica greca con forma umana ma con orecchie, coda e zoccoli di cavallo), due angeli e Isaia.

Alla parete è rappresentato anche il committente di quest’opera monumentale, Gregorio Cortese,  cellario del monastero e grande umanista che commissionò il lavoro tra il 1513-1514, con l’intento, sembra, di voler trasmettere all’osservatore del complesso pittorico un messaggio esoterico.

Il pezzo più straordinario è, però, il dipinto incastonato al centro dell’affresco. Fatto da fra Gerolamo Bonsignori, nei primi anni del Cinquecento, riproduce il Cenacolo che Leonardo aveva dipinto nel  convento delle Grazie a Milano.

Pur avendo modificato il pavimento e lo sfondo della scena, l’autore ha riprodotto i dodici apostoli e il Cristo al centro con le braccia aperte.

La riproduzione fedele dei personaggi e del loro atteggiamento riporta a San Benedetto Po quei particolari strani già presenti nell’affresco delle Grazie.

In primo luogo perché Giovanni ha le sembianze di una donna con i capelli rossi che si può identificare nella Maddalena, colei che alcuni vangeli apocrifi riconoscono come la sposa del Cristo?

Perché Giovanni, il discepolo prediletto del Cristo, anziché appoggiarsi col capo a quest’ultimo ha il capo reclinato verso Pietro e Giuda?

Nel dipinto del Bonsignori, al contrario che nell’affresco vinciano, si distingue chiaramente, sulla sinistra, che il coltello è impugnato da Pietro il quale sembra voler minacciare Giovanni (oppure la Maddalena).

Giacomo il Maggiore e Giacomo il Minore oltre a essere fratelli e molto simili tra di loro, hanno una straordinaria somiglianza con Cristo, dettata forse da un grado di parentela molto stretto con lui?

E sulla destra, perché gli apostoli Marco, Giuda Taddeo e Simeone non guardano il Cristo come gli altri?

Perché i discepoli sono riuniti in gruppi di tre?

E i nodi in basso alla tovaglia, cosa stanno a significare?

Ma la domanda più importante è: perché il committente, frate Gregorio Cortese, sente il bisogno di far riprodurre dal Bonsignori  l’affresco di Leonardo da Vinci, personaggio collegato a sette segrete tra cui il Priorato di Sion, del quale era Gran Maestro? Lo stesso Leonardo con il Cenacolo dipinto in Santa Maria delle Grazie a Milano voleva trasmettere, a chi osservava il suo affresco, un messaggio, oppure diversi messaggi esoterici, così che solo pochi eletti fossero in grado di capirne il vero significato?

Forse l’abate era vicino a teorie che stavano ai margini della Chiesa ufficiale. Sappiamo che alcuni suoi amici si unirono a sette eretiche e forse pure lui si era avvicinato a qualcuna di queste, per esempio ai catari che si erano insediati, dopo la crociata contro di loro, nelle terre lombarde. Ufficialmente pare fosse un’esponente della corrente dell’Evangelismo, ma potrebbe aver coltivato interessi nascosti per qualche fede eretica.

Gregorio Cortese fu comunque un personaggio intelligente e prudente, dapprima fu abate a San Giorgio Maggiore a Venezia e quando sembrò che il Concilio, poi tenutosi a Trento, doveva essere tenuto a Mantova si fece nominare abate all’Abbazia di Polirone. Successivamente venne nominato cardinale….

I legami fra Matilde di Canossa e l’Abbazia

Abbiamo detto che il monastero fu fondato dal nonno di Matilde, ma fu lei stessa a renderlo una delle abbazie, se non l’abbazia più potente dell’Italia del nord, grazie alle copiose donazioni che essa fece in suo favore. Gli stessi Gonzaga, la dinastia che per quattrocento anni dominerà sul territorio mantovano e che dovette parte della sua fortuna ai rapporti con l’Abbazia, furono testimoni delle donazioni matildiche.

I Canossa prima, e i Gonzaga poi, che antiche genealogie sostengono appartenere alla stessa stirpe di origine longobarda, furono grandi protettori di questa abbazia.

Ma perché questi potentissimi casati tenevano così tanto al monastero di Polirone?

Qualcuno sostiene che la ricerca del Santo Graal a Mantova inizi proprio qui, dall’Abbazia di Polirone a San Benedetto Po e forse l’abate Gregorio Cortese con le opere da lui fatte eseguire, in particolare l’Ultima Cena nel Refettorio e il dipinto della Fede posto nella cappella di San Simeone all’interno della chiesa, ci ha voluto fornire gli indizi per iniziare la ricerca.

La Scala Santa a Palazzo Ducale

In Corte Vecchia, all’interno del Palazzo Ducale, dal Giardino d’Onore, sotto il portico sinistro, si apre l’accesso a una strana struttura. Tale opera fu realizzata dal Viani nel 1614-15 per conto del Cardinale Ferdinando Gonzaga, fratello di Vincenzo II, che lo precedette sul trono (1612-26), e al quale infatti succedette diventando Duca e spogliandosi della veste cardinalizia.

Tale struttura fu ritenuta, erroneamente e per anni, “l’appartamento dei nani”. Questa parte del palazzo è invece il modello in miniatura della Scala Santa che si trova in San Giovanni in Laterano a Roma, costruita, si dice, con i gradini del Praetorium di Ponzio Pilato. Qui i devoti dovevano salire in ginocchio la scalinata, proprio come accadeva a Roma, che a sua volta si affacciava, mediante un’apertura quadrata, nel Sancta Santorum, uno scuro ambiente cilindrico chiuso da una calotta emisferica e mossa da quattro nicchie in cui in determinate ricorrenze venivano esposte quattro reliquie della Passione di Cristo.

Ma quali erano le reliquie che qui venivano esposte? Due, quasi sicuramente, erano il Preziosissimo Sangue di Cristo, che era custodito in S. Andrea, e un frammento della Santa Croce appartenuto alla moglie di Guglielmo Gonzaga. Un’altra reliquia potrebbe essere stata la lastra che si trovava nel sepolcro di Cristo, che pare lo stesso Guglielmo Gonzaga avesse acquistato e che andò dispersa nei secoli successivi. La quarta resta tutt’oggi un mistero. L’unica reliquia che potrebbe accostarsi alle altre presenti è la mitica Lancia di Longino, ma non risultano tracce di un suo passaggio a Mantova anche se Longino, che ha trascorso gli ultimi anni della sua vita in questa città, potrebbe aver portato con sé oltre alla terra e alla spugna intrise del Sangue di Cristo anche la Lancia che ha trafitto il Salvatore. Due scalette laterali fungevano da uscita all’ambiente sopra descritto.

Palazzo della Ragione a Mantova

Tra gli edifici che suscitano interesse per la nostra ricerca, a Mantova, oltre a Palazzo Ducale, vi è il Palazzo della Ragione. Adiacente alla Rotonda di San Lorenzo e a pochi passi dalla Chiesa di Sant’Andrea, ha come gli altri due edifici almeno un lato che si affaccia su Piazza delle Erbe, sicuramente uno tra i luoghi più magici di Mantova.

Il Palazzo, costruito intorno al 1250, era chiamato anche Palatium novum, per distinguerlo dall’adiacente Palazzo Broletto. E’ complessa la questione riguardante la sua destinazione. Qualche studioso sostiene che fu costruito sulle mura dell’antica dimora dei Canossa, i quali avevano un palazzo importante in Mantova, mai effettivamente localizzato.

All’esterno c’è una possente costruzione in laterizio, a due piani, che termina con le merlature, mentre al piano terra troviamo i portici quattrocenteschi che si affacciano su Piazza delle Erbe.

Nella seconda metà del XV secolo il noto architetto Luca Fancelli aggiunse al palazzo una torre, sulla quale, nel 1473, fu collocato lo straordinario orologio astronomico-astrologico costruito dal matematico e astrologo Bartolomeo Manfredi, personaggio che era stato educato alla corte di Vittorino da Feltre insieme al Marchese Ludovico II Gonzaga, che commissionò l’opera. L’orologio era considerata una vera meraviglia, una specie di computer, e dava informazioni sulle fasi lunari, sulla posizione del Sole, sui segni zodiacali, e poteva stabilire quali erano i giorni più propizi per svolgere determinate attività. Il quadrante dell’orologio è retto da Ercole, alla cui destra è raffigurato un personaggio coronato che potrebbe essere Atlante, colui che sembrerebbe aver istruito Ercole sull’astrologia, mentre il personaggio alla sua sinistra, con un turbante sulla testa, potrebbe essere Claudio Tolomeo, colui che teorizzò il sistema geocentrico dell’universo, vissuto ad Alessandria d’Egitto nel II secolo d.C.

All’interno del Palazzo, sulla parete di fondo del salone al primo piano, è stato ritrovato un affresco alto medioevale (prima metà del 1200) raffigurante navi cariche di pellegrini e di soldati diretti alla prima crociata (1096-1099), con un grosso branco di pesci che nuota vicino a loro, mentre sulla parete di fronte sono dipinti cavalieri con il vessillo crociato dell’Ordine degli Ospitalieri all’assalto di una fortezza, forse Antiochia, la cui conquista fu determinante per il ritrovamento della Santa Lancia di Longino. La cosa apparentemente strana è che troviamo qui un riferimento, se pur indiretto, a quella che è l’unica reliquia legata a questo Santo che non risulta sia mai passata per Mantova.

Analizzando poi gli stemmi araldici posti sugli scudi dei cavalieri si può distinguere in uno di essi il giglio dei Lorena, casato al quale apparteneva la madre di Matilde, Beatrice. Ma le particolarità all’interno del Palazzo non sono terminate. Sulla parete posta alla sinistra dell’entrata della grande sala al primo piano, vi sono, ad altezza d’uomo, diversi graffiti di probabile epoca medioevale. La cosa curiosa è che alcuni di essi sono identici a quelli lasciati dai Templari imprigionati nella Torre di Chinon in Francia. Altri graffiti richiamano come disegno il sigillo di Salomone, quasi un richiamo al Tempio di Salomone, da cui trassero il  nome i Cavalieri del Tempio…

Le magioni Templari a Mantova

Comunque, pur se non è chiaro perché i Templari avessero dovuto essere a Palazzo della Ragione, anche se questo contiene tracce e indizi della loro presenza, è invece stato accertato che almeno due erano i siti in cui i Templari avevano la loro magioni a Mantova, entrambi posti al limite delle antiche mura della città.

La loro magione più importante era, probabilmente, quella posta all’angolo tra le attuali via XX Settembre, già via S. Giovanni al Tempio (questo era il nome della chiesa di probabile origine templare e poi successivamente ricostruita e lasciata ai Cavalieri Gerosolomitani, sita in questa zona ed andata irrimediabilmente distrutta) e via Chiavichette.

Osservando bene l’isolato e le sue fondamenta che affondano nel Rio, il corso d’acqua che attraversa la città per sfociare nei laghi che circondano Mantova, si può notare che esso è costituito da un unico contrafforte come se si trattasse di un solo fabbricato, ciò probabilmente perché la magione aveva una struttura fortificata. La vicinanza al Rio e alla via detta della Pescheria sta a indicare come i monaci guerrieri si dedicassero alla pesca come attività di sostentamento. Probabilmente i Cavalieri disponevano anche di una piccola flotta ancorata in uno dei porti che si affacciavano sui laghi di Mantova.

L’altra magione templare era costituita dal Monastero di S. Giovanni Evangelista, che era stato ceduto dalle monache benedettine che lo abitavano ai Cavalieri del Tempio nel 1281, disponendo così anche delle ampie proprietà fondiarie in dotazione al monastero fra cui il castello di Goito. I Templari dovettero però restituire il monastero alle monache benedettine nel 1336 quando all’Ordine, caduto in disgrazia, vennero sequestrate tutte le sue proprietà.

La presenza templare a Mantova era pertanto una presenza importante, apparentemente eccessiva per le dimensioni della città dell'epoca, ma forse è proprio questo che deve farci riflettere sull’importanza che questa città aveva per le reliquie, o meglio,  per la Reliquia che custodiva tra le sue mura: il Sangue di Cristo.

[1] Nella Chronica sive Antiquitates Glastoniensis Ecclesiae scritta nel XIV sec. da John of Glastonbury, è scritto che Giuseppe d’Arimatea nel suo peregrinare nel Nord Europa portò con sè “due ampolle” contenenti il Sangue di Cristo. I contenitori in cui viene custodito il Sangue di Cristo, sono sempre in numero di due.

[2] Citazione tratta da Rivedere Mantova di Cesare Cunaccia, Massimo Listri e Rodolfo Signorini, Ponte alle Grazie (Firenze), pag. 191

PAGINE TRATTE DAL LIBRO “ALLA RICERCA DEL SANTO GRAAL NELLE TERRE DEI GONZAGA” DI ALBERTO CAVAZZOLI – ALIBERTI EDITORE

 

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